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Approfondimento

Neuroarchitettura: che cos'è e che cosa dicono le ricerche

Tempo di lettura 11 minuti
Soggiorno Habita con parete verde e affaccio sul giardino

Di una casa diciamo che ci piace o che non ci piace, e raramente sappiamo spiegare perché. La neuroarchitettura prova a rispondere con gli strumenti delle neuroscienze, misurando quello che accade nel cervello e nel corpo di chi attraversa uno spazio. Questa pagina raccoglie l'origine della disciplina, le ricerche che ne hanno misurato gli effetti e il modo in cui Habita le traduce in scelte di progetto.

Che cosa misura, e perché non è la stessa cosa del design biofilico

La neuroarchitettura studia gli effetti dello spazio costruito sul cervello, sul corpo e sul comportamento, usando risonanza magnetica funzionale, elettroencefalografia, misura della conduttanza della pelle, eye tracking e realtà virtuale. La differenza rispetto all'impressione personale sta tutta nel metodo: non si registra un'opinione sull'ambiente, bensì una risposta fisiologica confrontabile fra due configurazioni dello stesso spazio.

Il design biofilico, che spesso viene confuso con la neuroarchitettura, ne è in buona parte un'applicazione: indica quali elementi naturali portare nel progetto, mentre la neuroarchitettura spiega perché quegli elementi funzionano e allarga il campo oltre la natura, alla geometria, all'altezza, alle soglie, alla sequenza degli ambienti.

Il design biofilico dice che cosa mettere nello spazio. La neuroarchitettura spiega perché funziona, e quanto.

Sessant'anni di storia, in breve

1960
Jonas Salk e Louis Kahn

Salk attribuisce a uno spazio lo sblocco della propria ricerca e chiede a Kahn un edificio capace di fare lo stesso: nasce il Salk Institute, l'episodio fondativo del racconto.

1984
Roger Ulrich

Su Science esce il primo studio con esiti clinici misurati sulla vista dalla finestra, la radice che questa disciplina condivide con il design biofilico.

2003
ANFA

A San Diego nasce l'Academy of Neuroscience for Architecture, con sede proprio al Salk Institute.

2016
TUNED, Italia

Lombardini22 e l'architetto Davide Ruzzon fondano la prima unità italiana di neuroscienze applicate all'architettura.

2019-2025
NuArch e ANFA

TUNED e il CNR di Parma studiano in realtà virtuale forma dello spazio, corpo ed emozioni, mentre la conferenza ANFA del 2025 allarga il campo a benessere, neurodivergenza e clima.

Le ricerche su cui ci appoggiamo

Sono studi pubblicati, con numeri e metodi verificabili. Li citiamo per esteso perché su questi temi circola molta approssimazione.

1. La forma curva, e il cervello che risponde

Nel 2013 Oshin Vartanian e colleghi hanno pubblicato su PNAS uno studio in risonanza magnetica funzionale su diciotto partecipanti, ai quali venivano mostrati interni che variavano nel contorno. Gli spazi curvilinei sono stati giudicati belli più spesso di quelli rettilinei, e nel giudizio di bellezza il contorno curvo attivava in modo esclusivo la corteccia cingolata anteriore, un'area legata alla ricompensa e alla salienza emotiva. La piacevolezza percepita spiegava il 58% della varianza nei giudizi di bellezza.

C'è un secondo risultato, meno citato ma più utile in progettazione: la decisione di entrare in un ambiente oppure di uscirne non dipendeva dal contorno, bensì dall'apertura dello spazio. Le curve lavorano sull'emozione, l'apertura sull'invito a entrare, e in una casa servono entrambe.

2. L'altezza del soffitto cambia il pensiero

Joan Meyers-Levy e Rui Zhu hanno pubblicato nel 2007, sul Journal of Consumer Research, tre esperimenti condotti in stanze con soffitti a circa tre metri e a circa due metri e quaranta. Con il soffitto alto le persone elaboravano in modo più astratto e relazionale, con quello basso in modo più concreto e analitico. È il cosiddetto cathedral effect, che gli autori spiegano con un innesco: un soffitto alto richiama l'idea di libertà, uno basso quella di delimitazione.

Ne discende una conseguenza pratica che riguarda ogni pianta: l'altezza non è una questione di prestigio, è una scelta da calibrare sull'attività prevista nell'ambiente. Una zona giorno guadagna dall'altezza, mentre uno studio o una camera reggono bene, e a volte preferiscono, un'altezza più contenuta.

3. Le trame naturali abbassano lo stress misurato

Richard Taylor, fisico dell'Università dell'Oregon, ha misurato la conduttanza della pelle di persone poste davanti a immagini con dimensione frattale controllata. Il recupero dallo stress risultava migliore di circa il 60% davanti a trame con dimensione compresa fra 1,3 e 1,5, la stessa gamma delle nuvole, delle coste e delle chiome degli alberi. L'eye tracking mostrava inoltre che lo sguardo esplora quelle immagini con un percorso a sua volta frattale, dai grandi elementi ai dettagli.

Per chi progetta significa che le venature del legno, la pietra spaccata, i tessuti grezzi e l'ombra di una chioma su una parete non sono decorazione: sono la densità visiva che il sistema nervoso riconosce. Le superfici perfettamente lisce e le trame ripetute a macchina stanno fuori da quella gamma.

4. La luce va misurata sull'occhio, non sul tavolo

Nel 2022 un gruppo internazionale di cronobiologi ha pubblicato su PLOS Biology un documento di consenso con soglie precise: di giorno almeno 250 lux melanopici misurati in verticale all'altezza dell'occhio, nelle tre ore prima di dormire non più di 10, durante il sonno meno di 1. Sono i valori che tengono allineato l'orologio biologico, quindi riguardano da vicino il sonno di chi abita la casa.

Tradotto in progetto: dimensione e orientamento delle aperture, profondità dei balconi, colore delle superfici che rimandano la luce negli ambienti, e sul fronte impianti due scene luminose distinte fra il giorno e la sera. È la parte più facilmente verificabile e insieme la più trascurata nel residenziale corrente.

5. Le facciate cieche annoiano il corpo

Colin Ellard, dell'Urban Realities Laboratory dell'Università di Waterloo, ha condotto percorsi urbani facendo indossare ai partecipanti sensori di conduttanza cutanea. Davanti alla facciata cieca di un isolato intero l'attivazione fisiologica toccava il minimo e le parole raccolte erano monotono e inespressivo; un isolato più avanti, dove il piano terra era vivo e aperto, l'attivazione risaliva.

Il tema non riguarda soltanto le città, perché comincia al cancello di casa. L'ingresso condominiale, il percorso fino alla porta e il fronte verso strada fanno parte dell'esperienza dell'abitare quanto il soggiorno.

6. Il corpo simula lo spazio prima di giudicarlo

La ricerca italiana ha dato un contributo decisivo su questo punto. Dagli studi di Vittorio Gallese e della scuola di Parma viene il concetto di simulazione incarnata: osservando una forma, il cervello riattiva la rappresentazione corporea corrispondente, come se il corpo la stesse agendo. È la ragione per cui una linea morbida, un passaggio stretto o un affaccio producono una reazione affettiva prima di qualunque valutazione estetica consapevole.

Su questa base il progetto NuArch, nato nel 2019 dalla collaborazione fra TUNED e l'Istituto di Neuroscienze del CNR, fa variare in realtà virtuale la forma dello spazio e registra le risposte cerebrali, corporee ed emotive. Ne discende un modo diverso di guardare una pianta: conta la sequenza degli ambienti quanto i singoli ambienti, e la soglia fra interno ed esterno smette di essere uno spazio di risulta.

Che cosa cambia in una casa Habita

Le ricerche misurano risposte medie in condizioni controllate, e nessuno studio autorizza a promettere che una casa curi qualcosa. Quello che autorizzano è smettere di decidere a caso: se una scelta ha un effetto documentato sulle persone, conviene prenderla nella direzione giusta, dato che costa quanto prenderla nella direzione sbagliata.

Così i raccordi curvi dei balconi, l'altezza calibrata stanza per stanza, i materiali lasciati leggibili al tatto, le aperture orientate sul percorso del sole, le terrazze piantumate che tengono il verde nel campo dello sguardo, l'equilibrio fra prospettiva e rifugio e la sequenza dell'ingresso non sono un elenco di finiture: sono il metodo con cui nasce ogni progetto Habita.

Il punto resta quello da cui siamo partiti: una casa continua a piacerci per ragioni che non sappiamo dire, e questa disciplina serve a progettarle, invece che a sperarle.

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