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Neuroarchitettura

Perché una casa con vista sugli alberi fa stare meglio

Tempo di lettura 8 minuti
Camera da letto Habita con grande finestra affacciata sugli alberi

Nel 1984 uno studio pubblicato su Science confrontò due gruppi di pazienti che differivano per una sola variabile: la vista dalla finestra. Da quel confronto è nata una linea di ricerca che oggi orienta il modo in cui si progettano ospedali, scuole, uffici e case.

Roger Ulrich lavorava in un ospedale della Pennsylvania e notò una regolarità che sembrava troppo semplice per essere vera. In un reparto identico in tutto il resto, alcune stanze affacciavano su un gruppo di alberi mentre altre affacciavano su un muro di mattoni. Ulrich confrontò ventitré pazienti operati di colecisti nelle prime stanze con ventitré pazienti operati della stessa cosa nelle seconde. Chi aveva visto gli alberi restò ricoverato meno giorni, ricevette meno analgesici potenti e raccolse un numero minore di annotazioni negative nei diari degli infermieri.

Lo studio uscì su Science nello stesso anno in cui Edward O. Wilson pubblicava Biophilia, e insieme segnarono l'inizio di un percorso: da un lato l'ipotesi sul legame innato fra l'uomo e il vivente, dall'altro la dimostrazione che quel legame produce effetti osservabili e misurabili.

L'unica cosa che cambiava, fra i due gruppi di pazienti, era che cosa si vedeva dalla finestra.

Che cosa succede davvero quando guardiamo il verde

Le spiegazioni che la psicologia ambientale propone sono due e non si escludono. La prima è la teoria della riduzione dello stress, formulata dallo stesso Ulrich: gli ambienti naturali attivano una risposta fisiologica di distensione, che si manifesta con parametri più bassi di attivazione. La seconda è la teoria del ripristino dell'attenzione, dovuta a Rachel e Stephen Kaplan: la nostra attenzione volontaria, quella che usiamo per lavorare e per decidere, è una risorsa che si consuma, mentre gli ambienti naturali richiamano un'attenzione involontaria e senza sforzo, che permette alla prima di ricostituirsi.

È la ragione per cui dieci minuti alla finestra affacciata su un albero producono un effetto che dieci minuti davanti a una parete non producono. Non si tratta di gusto estetico, bensì del tipo di sforzo che l'ambiente ci chiede.

Dalla corsia alla vita di tutti i giorni

Negli ultimi quarant'anni la ricerca ha ampliato il campo. Uno studio del 2018 pubblicato su Environmental Research ha osservato livelli di cortisolo inferiori del 12-16% in chi vive in prossimità di verde urbano. In ambito lavorativo le rassegne indicano una produttività superiore dell'11% e una creatività superiore del 15% negli ambienti che integrano elementi naturali, mentre uno studio del 2023 su PNAS ha rilevato in ambito scolastico una velocità di apprendimento più alta del 20-26%.

Il quadro più ampio lo fornisce il report Human Spaces del 2015, che ha intervistato settemilaseicento impiegati in sedici paesi. Il 47% lavorava senza luce naturale e il 19% non aveva alcun elemento naturale attorno alla propria postazione, mentre un terzo dichiarava che la qualità degli spazi incide sulla scelta dell'azienda per cui lavorare. Nella sede di ING ad Amsterdam, dopo una riprogettazione di impianto biofilico, l'assenteismo risultò inferiore del 15%.

Sul fronte immobiliare, le analisi raccolte da UNEP e le ricerche pubblicate su PNAS indicano che gli immobili con accesso al verde vengono valutati dall'8 al 20% in più rispetto a immobili comparabili che ne sono privi. È un dato che riguarda il mercato, quindi un fattore economico oltre che di benessere.

Una precisazione doverosa

Tutti questi numeri descrivono medie osservate su popolazioni in contesti di studio, non garanzie individuali. Una casa non cura nessuno e sarebbe scorretto sostenere il contrario, tanto più in un contesto commerciale. Quello che la ricerca autorizza a dire è più sobrio e insieme più solido: l'ambiente in cui passiamo le giornate incide sul nostro stato, quindi progettarlo tenendone conto è una scelta ragionevole, mentre ignorarlo significa affidare al caso un fattore che sappiamo influente.

Che cosa significa in fase di progetto

Tradurre queste evidenze in architettura significa prendere alcune decisioni all'inizio, quando costano poco e valgono molto. Dove si apre la finestra della stanza in cui si passa più tempo, e che cosa inquadra. Quanto è profondo un affaccio, poiché un balcone stretto si guarda mentre uno profondo si abita. Se il verde è un elemento del progetto, con terra sufficiente e una manutenzione sostenibile, oppure un'aggiunta destinata a seccare entro due stagioni.

In Habita la vista sul verde è un criterio di impianto, non un accessorio: le terrazze sono piantumate come parte della composizione architettonica, gli affacci sono studiati perché dalle stanze principali il verde resti nel campo dello sguardo, la profondità dei balconi è dimensionata per essere vissuta, secondo l'equilibrio fra prospettiva e rifugio che rende un ambiente abitabile. Sono scelte che non si recuperano in fase di arredo, mentre restano per tutta la vita dell'edificio.

Quarant'anni dopo lo studio di Ulrich, la lezione da trarre resta quella di allora, ed è più utile di qualunque promessa: ciò che vediamo dalla finestra non è un dettaglio della casa, è parte della casa, cioè parte di quello che rende una casa nostra.

Habita Magazine - un progetto AD2 Architects
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